E' da mesi che ho la forte sensazione di una infondata prevenzione della Procura della Repubblica e della Questura di Bari nei confronti di Filippo Pappalardi, padre dei due ragazzini scomparsi di Gravina. Impressione determinata dapprima dalla strana esclusione a priori di serie indagini sulla madre dei bambini, che mai ha assunto veste di inquisita ( non affidataria dei ragazzi e quindi che poteva astrattamente essere ritenuta, a differenza del padre, interessata alla loro scomparsa ) e sulla quale erano doverosi sospetti molto più gravi di quelli a carico del Pappalardi ; poi dal pesante intervento della Procura sui giornalisti ( di "Chi l'ha visto?" ) che accennavano a seguire una loro pista e che a seguito di tale strano ed inusitato intervento abbandonarono ogni autonomia di indagine e di giudizio per accodarsi alle veline del Tribunale ; infine dall'arresto di Filippo Pappalardi, fondato praticamente su una sola testimonianza, presa per "oro colato" della Procura, che ha continuato a diramare pesanti dichiarazioni accusatorie su di lui. Ora le mie impressioni sono molto di più dopo il ritrovamento dei corpi dei due ragazzini, chiaramente incompatibile per le sue caratteristiche con la tesi del loro omicidio ( trovati nel centro del paese, in luogo assurdo per un omicidio, perlopiù duplice ) e compatibilissimo, invece, con l'evento di una caduta accidentale, come quella recente di un altro ragazzo. E' evidente che il testimone che da mesi accusa il Pappalardi e riceve credito acritico dalla Procura e dalla Polizia baresi ha riferito il falso, giacchè è la sua testimonianza ad essere incompatibile con la modalità della morte dei due ragazzini; è chiaro, poi, che ha riferito il falso per compiacere qualcuno che ce l'aveva con il Pappalardi e/o voleva sviare su di lui le indagini, riuscendoci. Procura e Questura, invece, incredibilmente continuano ad accusare il padre dei ragazzi, che dovrebbe essere invece immediatamente rimesso in libertà e poter partecipare al funerale dei due figli, mentre dovrebbe conoscere sfibranti interrogatorii e custodia in carcere chi ha confezionato una falsa ed infamante accusa e tenuto un innocente in gattabuia per mesi. Per tacere di ricerche compiute con i piedi, tanto inefficaci ed impotenti quanto invece puntuti e zelanti sono stati le requisitorie a favore di telecamera e gli interventi intimidatorii.
Un viaggio macrofotografico in vivande di carne può far seriamente pensare di diventare vegetariani. D'impulso uno circoscriverebbe la faccenda a cibi conservati americani, ma non so se lo spettacolo sarebbe molto diverso viaggiando in una buona bistecca.
Ho visto il servizio di Matteo Bordone su You Tube e non in tv perché non guardo Le Invasioni Barbariche. Se sullo stesso non fosse stato mandato avanti il dibattito sui blog me lo sarei perso, come volentieri gli altri imperdibili contributi di quella trasmissione. Confesso di non capire quale sia la battaglia e lo stesso oggetto del contendere. Da Bordone nessuna analisi e nessuna volontà di farla, solo poche pennellate impressionistiche ed un po’ di birignao alla nannimoretti prima maniera ( prima che diventasse un tipo-così-simpatico-e-alla-mano facendo il karaoke da Fiorello o rispondendo agli ascoltatori con Cotroneo ), cui somiglia anche fisicamente: guardando il servizio non posso reprimere la condivisione integrale degli stati d’animo ( non sono forse fedele ascoltatore di Dispenser? ) ma anche un senso di sottile rammarico per i suoi e ed i miei pensieri in un centro commerciale. Perché mi chiedo se la Parietti non abbia davvero ragione, se quello di Bordone ( ed il mio ) non sia davvero snobismo, giacchè le orribili folle di seguaci del ballerino latinoamericano che si tiene il pacco non sono poi molto diverse dai teneri ed iconici vecchietti che ballavano il liscio alla casa del popolo, nè forse soggiacciono ad una fascinazione molto diversa da quella che irradiavano i mambo ed i calypso degli anni ’50, anch’essi assurti a miti. In studio, Bordone continua a rifare Nanni Moretti d’àntan con la sua interlocutrice fedele, invece, allo stile rissoso ed approssimativo dei talk show. In cui appunto, come in questa circostanza, non si capisce mai quali sia esattamente la vexata quaestio. Ma forse è il segreto per sopravvivere nella tv ( e non solo ) di questi tempi: dibattere senza mai mettere a fuoco, ostracizzare o solidarizzare senza neanche ben capire. I blog ci mettono poi del loro, come se di una vera battaglia si trattasse.
Piuttosto c'è uno spunto delle riflessioni di Bordone sul suo blog che lo meriterebbe davvero, un approfondimento:
"Ormai il recupero del tamarro (quello sì spesso compiaciutissimo e snob) ha sfondato a sinistra. A allora siamo a un punto in cui ti danno dello snob classista se dici che Domenica In è una porcheria, che al Bagaglino ci sono le battute sulle corna e sulle sottane, che Gigi d’Alessio non è molto originale e che non proprio tutte le volte che Lino Banfi ha detto “porcaputtèna!” era un momento di grande cinema. È tutto necessariamente bello. Tutto meraviglioso. Solo dei ricchi, che non si sbaglia mai, si può parlare male".
" ‘Walden. Or, Life in the woods’ is the name of a story from the American writer and philosopher Henry David Thoreau, written in the mid 19th century, which describes his life and his relationship with nature. The concept of simple life influenced the garden-project from Nils Holger Moormann, which invites one to live outdoors. Determined garden-owners are able to store various tools such as shovel, rake and wheelbarrow in this ‘wooden box’ of unusual proportions. Easy goers have to decide whether to take a seat at the table in the seating cabin, or climb a ladder to the upper level. There it’s possible to enjoy the view or to stretch out and guess cloud shapes or count stars under the sliding sun roof. The obligation of a campfire is created in a swinging fire cauldron, and right beside it, the necessary space for firewood.
As a whole, ‘Walden’ offers lots of room for things we associate with ‘garden’ and ‘outdoors’ and honours them with a layout, in which they can be seen: birdhouse and bird seed, flower pot and water can, grill utensils and picnic table.
Actually, you’ll never want to go back in the house".
Effettivamente questa cabane è una via di mezzo tra una casa ed il coltellino dell'esercito svizzero: mi pare evidente la prevalenza del profilo concettuale, ma non le si possono negare nordiche funzionalità e ( a suo modo ) comodità. Sopratutto, però, è bellissima. Sembra la riduzione all'essenziale di Villa M di Stéphane Beel.
Della storia della ragazza austriaca rapita a dieci anni e tenuta prigioniera per otto non mi ha particolarmente sorpreso la pretesa sindrome di stoccolma e quindi la collaborazione e l'affectio verso il rapitore. Basterà, a riguardo, ricordare i casi delle centinaia di bambini sottratti da militari golpisti argentini alle rispettive famiglie di perseguitati politici desaparecidos negli anni ‘70, molti dei quali, divenuti adulti ed informati del crimine commesso e dei loro veri genitori, hanno voluto rimuovere l’accaduto restando solidali con i rapitori assassini. Quelle che si impongono in modo talmente evidente da accecare i più sono le sorprendenti conseguenze della prolungata detenzione e dell’isolamento di una bambina poi adolescente, nonchè della impedita frequentazione dei propri genitori, della scuola, dei propri coetanei. L’intervista tv di Natascha Kampusch ha rivelato una ragazza intelligente, educata, equilibrata, matura, dotata di sense of humour e spirito critico, ma anche di fascino e stima di sé. E’ capitato, nel passato, di aver potuto osservare un bambino cresciuto nella giungla ed allevato da animali feroci, e si è approfittato dell’opportunità per avviare riflessioni sul metodo educativo corrente. Penso che occorra farlo ora, giacchè quello di notevole che è divenuta Natascha Kampusch lontano dalla famiglia, dalla scuola e dagli amici deve essere un campanello d’allarme su quanto poco essi in realtà rappresentino per l’educazione di una persona e su quanto ne siano scadenti i ruoli ed i messaggi. Natascha Kampusch ha avuto i libri ( la prima cosa che ho notato nelle immagini del buco in cui ha vissuto per otto anni sono state, appunto, pile di libri ), la tv, la radio e basta, ed oggi ci troviamo di fronte ad una ragazza più intelligente dei suoi coetanei, più matura di loro, più equilibrata, più consapevole, più colta, più dotata criticamente di loro. Persino molto più affascinante e carina di loro, abbigliati con le loro tristanzuole divise scure ed irregimentati dietro mode e miti comuni. Il poco di cui ha fruito Natascha Kampusch nella cella del mostro appare paradossalmente enorme a confronto di quanto riescono a trasmettere la maggior parte delle famiglie, quel che resta della scuola e la comitiva degli amici, ormai stanche e patetiche casse di risonanza di stereotipi. Sperare che si possa prendere atto dell’evidenza imbarazzante di tale fallimento educativo ( di cui è emblema quel poveraccio del padre che con il suo agente va in giro come una madonna pellegrina, piatendo una parte in quello che gli pare un lucroso business ) è tuttavia troppo, ed è chiaro che l’opportunità resterà sprecata, pasto com’è per la solita compagnia di giro di psicanalisti di regime ed oggetto di avvilenti polemiche su interviste televisive e relativi compensi.

Poichè evidentemente (anche se noi non lo crederemmo, immaginandoli portare graziosamente alla bocca inoffensivi e colorati pezzettini di pesce) il colesterolo è un problema anche per i giapponesi, il produttore di salse Kewpie (pioniere della maionese, della bolognese e della carbonara in Giappone) conduce intense campagne pubblicitarie sul tema. Mi piace molto lo spot più recente del loro "Defe", realizzato dall'art director svedese, residente a Tokyo, Johan Prag.
Per anni questa roba è stata contemporaneamente l'acquisto essenziale, l'album dei ricordi, il principale oggetto di scambio, l'iPod, il telefonino per gli sms. Tra la Philips "base" e le Maxell UDXL o TDK SA era, in poche centinaia di lire, la forbice tra povertà e benessere per il teenager degli anni '70, come e più dell'abissale distanza tra un Philips k7 ed un Nakamichi. Inoltre, il punto di partenza e l'arrivo dell'intera traiettoria musicale adolescenziale, da Canzonissima 1969 a Zappa.
Su Tapedeck.org, "analog audio tape cassette nostalgia".
Ogni sera, dal lunedì al venerdi -i giorni di apertura delle Borse- su CNBC ( edizione originale USA, non nel palinsesto europeo ricevibile da noi via satellite ) va in onda Mad Money, uno strano show tenuto da un guru finanziario a nome Jim Cramer. Sul fenomeno Cramer ha scritto Luca Sofri sul suo blog ( non ho ancora letto il pezzo su Vanity Fair ) con toni che non condivido; meglio, penso che Sofri dìa enfasi agli aspetti più superficiali della faccenda ed ometta l’essenziale. L’one man show s’incentra sulla fervida e spettacolare raccomandazione quotidiana di alcuni titoli quotati a Wall Street e sul Nasdaq. Cramer consiglia di acquistare o vendere determinate azioni in modo aggressivo e seducente, e le sue raccomandazioni vengono immediatamente rilanciate, in tempo reale e in forma sibillina, da tutte le agenzie informative finanziarie ( “A Cramer piace X”, “A Cramer non piace Y”) . Il programma viene irradiato quando formalmente i mercati USA sono chiusi, ma così in pratica non è perché, in realtà, le contrattazioni di borsa non si chiudono mai. Non solo perché sui mercati finanziari globali non tramonta mai il sole ( quando è chiusa New York sono aperte le borse orientali, poi quelle europee, poi riaprono gli USA e via senza soluzione di continuità ), ma anche perché negli stessi Stati Uniti si può seguitare a negoziare ( c.d. “extended hours” ) sino alle 8 p.m., a trasmissione già in corso. I prezzi delle azioni magnificate da Cramer ( pumping ) s’impennano subito del 10% circa, ed il contrario accade a quelle che il guru consiglia di vendere. La perturbazione del mercato è tanto più vistosa quando –come spesso succede, e sono i casi più gravi- le società di cui Cramer parla sono piccole, perché l’ondata di ordini destabilizza in modo più forte l’esiguo mercato del titolo, il cui volume cresce improvvisamente a dismisura. Non è neanche il caso di dire cosa questo significhi: Cramer sarebbe praticamente in grado di realizzare guadagni immensi con uno schiocco di dita, e con lui chi, a vario titolo, possa essere a conoscenza di quanto andrà a dirsi nelle trasmissione. Guadagni conseguibili con risibile facilità ed incontrollabili: chiunque può compiere operazioni in pochi secondi dal computer di casa o farle compiere da un prestanome. Ogni sera si consuma un vero scandalo che rivela l’ipocrisia dei controlli della tanto celebrata SEC ( l’organo americano di controllo sulla borsa ).
Mi è capitato di chiedermi perchè, quando i notiziari riportano una nuova, eccitante scoperta archeologica, non se ne organizzi in tempi rapidi un'esposizione temporanea. Non è comune quanto succede a Taranto, dove al museo nazionale archeologico ( chiuso da anni per interminabili lavori di restauro e che lo rimane per quanto riguarda l'accesso alle strabilianti collezioni permanenti ) è esposta gratis da pochi giorni la famosa "mappa di Soleto". E' in una teca al centro di una sala che ho trovato, di sabato mattina, deserta: si tratta del frammento del bordo di un vaso a fondo nero e risale al sesto secolo a.C. Scoperta in un paese della provincia di Lecce da archeologi dell'università di Montpellier è molto più piccola di quanto avessi pensato, più o meno come una moneta. Raffigura l'estremità orientale del Salento e della penisola italiana ed è graffita sul coccio con un oggetto appuntito. I siti di località messapiche
-alcune corrispondenti a centri tuttora esistenti come Leuca ed Otranto- sono scritti in alfabeto greco e la loro ubicazione ( assai precisa ) è espressa in punti, proprio come nelle carte geografiche moderne. La linea continua è quella della costa; a sinistra c'è il nome, in greco, di Taranto ( non indicata da un punto perchè fuori dalla mappa e verosimilmente usata come punto di riferimento ) ed il mare è classicamente raffigurato da chevrons. Si tratterebbe della più antica carta geografica occidentale ed è così semplice e leggibile ( un filmato aiuta ad identificare le località indicate, ma chi conosce la zona può persino farne a meno ) da lasciare senza fiato. Interessanti gli apparati della mostra sugli scavi nella terra dei Messapi; fastidiosissima la colonna sonora costituita da un brano di musica barocca di non più di cinque minuti che diviene ossessivo per il visitatore che protragga la visita -come imperativo- per più di un quarto d'ora ( purtroppo capita ovunque, per esempio anche nelle temporanee al British Museum ). Emozionante: dopo essermi mangiato a lungo con gli occhi il venerando francobollo interrogandomi sulla sua autenticità ( un archeologo disinvolto potrebbe essere tentato di giocare uno scherzo a fin di bene tipo quello livornese delle teste di Modigliani per guadagnare attenzione e finanziamenti alla cultura ed alla ricerca ) mi viene in mente mapsproject. Riguardarlo con spirito diverso ora s'impone: a quanto pare la cartografia occidentale non nasce, come avrei potuto supporre, da mani sacerdotali ed in ambito istituzionale, ma proprio meravigliosamente "moderna" e laica, come uno schizzo sul retro di uno scontrino o di un biglietto del tram.
Pur non facendo parte del pubblico di Porta a porta o de La vita in diretta nè avendone grande opinione, sono infastidito per la diffusa, spocchiosa e modaiola deplorazione nei confronti della gente che fa la fila per seguire le udienze del processo Franzoni. Viene oggi praticato con assoluta impudicizia il voyeurismo nei confronti di persone e fatti miserrimi, anche scopertamente posticci; gente che ha fatto le scuole alte investe il proprio tempo libero nella ricerca di prossimità anche fisica con i propri beniamini politici, culturali, musicali etc. migrando verso l’evento ed il personaggio del momento tanto più attraente quanto promosso dal teleschermo, spesso guardandosi dal comprarne anche solo un libro od un disco. Quello di Cogne è un fatto di cronaca sconvolgente, dall’allure primitivo e carnale ma non privo di implicazioni politiche e culturali per chi vuole notarle e studiarle; dà inoltre origine ad un processo penale tecnicamente interessante. La gente “semplice” che ha mattinate e pomeriggi liberi e voglia di andarlo a vedere dal vivo non ha però –come è palese dalle interviste per strada- risorse per imbellettare il suo voyeurismo, non finge di capirne di sociologia, di antropologia, di diritto, non tiene ad apparire "giusto" ed à la page, non camuffa il suo desiderio volgare di misurare in centimetri la distanza dal personaggio tv, di sentirsi parte di un evento di cronaca. Appare per quello che è, pubblico tout court, non popolo di questo e di quello, della prima, seconda o terza serata tv, di sinistra o di destra. Volgare e fastidioso perché ci rappresenta nudi e crudi, come gli squallidi che si fermano sulla corsia opposta dell’autostrada per vedere il sangue ed i rottami oltre il newjersey. E pensare che, diversamente da ogni altro, quello delle aule d'udienza è un pubblico tipizzato dal legislatore, previsto dal codice di procedura penale come garanzia concorrente della legittimità del processo e rappresentazione anche fisica del popolo in nome del quale il diritto viene “detto”. A questo siamo, a considerare alla stregua di plebaglia il popolo che assiste attento ed in silenzio -involontariamente rendendogli onore- ad un processo penale, ed invece con rispetto i prepotenti che “occupano” la ferrovia o cospargono di letame l’autostrada, sbeffeggiano provvedimenti amministrativi legalmente dati o gridano “Nassiriya” ai carabinieri.
L’inamovibile ed iperprotetto segretario cognato ( quello dalla bmw 1200rs parcheggiata davanti al portone ) mi porta, tra un cliente e l’altro, il modello Unico della dichiarazione dei redditi, fresco fresco di commercialista. Firmo, come sempre con fatalismo, senza fiatare nè curiosare più di tanto, in corrispondenza delle crocette a matita servizievolmente predisposte: esercito tuttavia, al solito con puerile puntiglio, la scelta del soggetto cui destinare l’otto per mille. A differenza degli anni scorsi, quando trovavo la crocetta vicino a “chiesa cattolica” ed apponevo regolarmente la firma in favore dello Stato, ecco finalmente la crocetta al punto giusto, in corrispondenza di “stato”. Opto invece, non per snobismo ma per valutazioni troppo noiose da spiegare qui, per i valdesi e firmo di conseguenza. Dopo quella che immagino una febbrile consultazione tra lo studio del commercialista ed il mio, il segretario Fay trafelato mi riporta i moduli dicendomi che c’era stato un errore: la pagina con la mia firma per l’otto per mille era stata quindi strappata (!) nella certezza di una mia svista consistita, a quanto mi riferisce il fido Aquascutum, nell’avere io messo la firma qualche millimetro più in basso del dovuto, a suo dire vicino alla dizione “valdostani”. Rifirmo in loro favore sotto lo sguardo incredulo del fighetto, e non sto nella pelle per la curiosità di vedere dove sarà la crocetta sull'Unico dell'anno prossimo.

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Quando sentii che alain stivell, artefice della renaissance de l’arpe celtique e tra i miei favoriti dell’epoca, in evidente crisi di popolarità stava per avviare un progetto di musica c.d. afro-celt, mi si strinse il cuore, tanto buffo, pretestuoso ed impraticabile mi sembrava. Sbagliavo. Il mélange –variamente definito- sarebbe stata da lì in poi l’estrema risorsa dei musicisti in difficoltà creativa, con esiti particolarmente fastidiosi dalle nostre parti in cui nasceva una sorta di genere musicale pasticciato dalle velleità pseudoantropologiche e spesso politiche ed un suono pieno di arabeschi manieristi e risaputi. Come l’ossessivo e noioso riferimento ad una cucina “del territorio” nel birignao dello chef con pretese à la page, così è quello di miriadi di musicisti ad un territorio non definito né definibile se non vagamente “mediterraneo”.
La “pizzica” è emblematica di una tale confusione: sta di fatto, tuttavia, che il processo ampollosamente definito “di costruzione identitaria” collima in modo perfetto con il microproblema esistenziale di decine ( centinaia? ) di migliaia di piccoli edonisti che –con capacità di spendita di denaro sufficienti per una discreta mobilità- si aggirano accaldati nell’estate alla ricerca di “situazioni” dove avere l’impressione di vivere un evento, di sentirsi al posto giusto dentro qualcosa. La notte della taranta nel leccese diventa così un affare coccolato da politici astuti che esimono le moltitudini accaldate dall’obolo che sarebbe dovuto a qualunque passione, se minimamente seria ( provincia di lecce ed ora regione puglia rappresentati da presidenti che intervengono a recare cospicui fondi pubblici con cipiglio fiero e militante, come se di cosa seria e “di sinistra” si trattasse e non di una caciara di tammurriate abborracciate da mediocri musicisti ). Benissimo dinko fabris e mario desiati sulla pizzica e sulla notte della taranta, cui rimando in toto condividendone in pieno lo sguardo smagato e nervoso, lo stesso di quando vedo i fiumi di pellegrini a san giovanni rotondo. Qui però non c’è paura e speranza, e pochissima cultura popolare ( l’etnomusicologia non c’entra con la pizzica abbronzata dei record ): c’è piuttosto millanteria a drappeggiare suoni miserevolissimi, allestimento di un suk musicale per turisti. Mentre la stagione finisce, non vedo l’ora che finisca pure sotto provvidenziali scrosci di pioggia questa mascherata di ogni estate, in cui una cittadina delle murge si finge arcadia votata al melodramma barocco desueto mentre, nel salento profondo, un’altra reperto carpitelliano o demartiniano posseduto dalla mistica di ragni velenosi. In entrambe, piuttosto, non si vende un disco dignitoso e non si ascolta una stazione radio decente, chè da dieci finestrini d’auto su dieci ascolti, al meglio, gigi d’alessio e radio ciccioriccio.

Le più recenti fotografie del suolo marziano inviate dalla sonda europea Mars Express,
che riprendono un cratere senza nome di 35 chilometri di diametro e due di profondità, mi sembrano affascinanti, e non ricordo di averle viste in giro.
Sino a qualche tempo fa, nella città dove abito l’enel aveva sede in una palazzina a ridosso del centro storico dove erano ubicati gli sportelli per il pubblico, gli uffici amministrativi, i servizi tecnici. Tutti vi facevano capo, dall’impresa interessata ad un nuovo contratto alla vecchia signora che si affacciava dalla sua casa proprio di fronte per chiedere la sostituzione del contatore rotto. Non è più così. Troppo costoso per l’ente e poco moderno, fatto sta che ora all’ingresso della palazzina campeggia un cartello che comunica che lì non c’è più nulla e che per ogni esigenza gli utenti devono rivolgersi ai “negozi enel-si” oppure ad un numero verde, unico per tutt’italia. Per chiedere un sopraluogo per una nuova fornitura ad un cantiere –cosa che sino a poche settimane fa avrei risolto in pochi minuti- ho dovuto chiamare il numero verde comunicando, dopo venti minuti di standby, con il solito call-center di chissà quale remota plaga della penisola dove un tizio voleva sapere persino il punto esatto in una contrada di una zona che non conosceva senza capirne neppure il nome. Poi, dopo un mese di inutile attesa, sono andato nel “punto enel-si” rivelatosi un negozietto di condizionatori d’aria e lampade dove un tipo dall’aria frustrata –che di forniture elettriche ne capisce quanto me- ha chiamato a sua volta un altro call-center ( “riservato a noi punti enel-si” ) aspettando un altro quarto d’ora per sentirsi dire solo che sarei stato chiamato. Avutone abbastanza, mi sono quindi messo alla ricerca di un contatto umano apprendendo –tramite conoscenze comuni- il prezioso e segreto numero di cellulare di un tecnico enel che ( dapprima molto scontroso, quindi cordialissimo quando gli ho fatto il nome di chi mi aveva fornito il suo numero ) mi ha dato subito un appuntamento di primo mattino al portone della famosa palazzina. Appena arrivato, l’ho chiamato sul portatile; mi ha aperto ed una volta entrato ho scoperto con stupore che la palazzina dell’enel è esattamente come prima. Piena di impiegati ed operai, ognuno magicamente al suo posto come quando ci si poteva parlare ed in piena attività. Solo irraggiungibili dal pubblico, tenuto a debita distanza dai call-center cerimoniosi e dagli stupidi negozi enel-si. Ho subito avuto il mio sopraluogo. Uscendo, ho trovato davanti al cancello una signora in pantofole che -guardandomi con la soggezione che non può non suscitare chi è ammesso a frequentare un posto così misterioso- mi ha chiesto in dialetto come fare a parlare con qualcuno per avere un contatore nuovo in campagna. Le ho dato un post-it con un numero di cellulare.
Nella steppa del Kazakhstan ci sono persone che vivono raccogliendo e vendendo rottami ferrosi molto particolari. Si tratta degli stadi dei missili vettori lanciati dal cosmodromo di Baikonur, quindi caduti ed abbandonati. 
A parte il valore documentario, trovo bellissime alcune di queste foto ( qui lo slideshow ), pubblicate sull'interessante sito Eurasianet.org.
Poetiche ed a volte quasi irreali, oltre a riflessioni sul pesante inquinamento derivante dalle attività spaziali potrebbero fornire un affascinante soggetto per un libro od un film.
Lei lavora come impiegata part-time, lui fa l’insegnante nella scuola secondaria. Hanno due figli adolescenti, un maschio ed una femmina. I soldi bastano appena per tirare avanti: provenienti da famiglie povere, acquistano un appartamento gravato da mutuo ventennale, per pagare il quale lui dà lezioni private. Lei da qualche anno viene presa dalla passione per la politica, iniziando a militare in un grande partito della sinistra: trascorre buona parte del suo tempo libero in sezione, a casa è al telefono, via via sempre più assente e distratta. Trascura il rapporto con i figli, si disinteressa del tutto dei lavori di casa mentre lui -risentito anche perché lei lo ignora pur dedicando tempo ed attenzione alla cura della propria persona- un po’ per necessità, un po’ per perfezionismo, molto per spirito polemico bada a tutte le incombenze domestiche. Si stira le camicie, fa il ragù ed è tutto casa e figli; padre perfetto e stakanovista, li aiuta a fare i compiti e ne raccoglie le confidenze, sempre più fieramente avverse alla madre ed al suo impegno politico. Sono nostri amici e seguo l’evolvere di un risentimento verso di lei che diventa ribellione. Lei ( che ha talento ed è onestissima ed intransigente, ciononostante -o proprio per questo- non riscuotendo molte simpatie ed appoggi tra i maggiorenti del partito ) diviene segretaria cittadina in un periodo di vacche molto magre, poi si candida alle regionali. La figlia, infastidita, le chiede di non far affiggere i suoi manifesti vicino alla scuola che lei frequenta perché se ne vergogna con le compagne. Lui si sfoga a lungo per telefono anche con le amiche della moglie riferendone per filo e per segno la trascuratezza anche sessuale e la sua depressione oltre che quella dei figli, ed addossandole ogni responsabilità per il diradarsi degli inviti della comitiva a cena. Prevedibilmente giorni fa lei, priva dell'appoggio dell’apparato del partito e delle sue storiche cinghie di trasmissione -che a sorpresa hanno sostenuto un candidato della margherita- ottiene un pessimo risultato elettorale.
A loro pensavo tempo addietro ascoltando a. sofri chiedersi perchè le donne non facciano politica, ed ancora oggi pomeriggio gianna schelotto a fahrenheit, su radiotre, che con la consueta lucidità analizzava alcune nuove dinamiche familiari: il passaggio dei maschi dalla vecchia inaffettività ad una presenza ed emotività persino eccessive; l’abbandono dell'autorità del padre in favore di una fragilità ed una confidenza con i figli che lo rendono assai debole ai loro occhi; infine, una nuova alleanza tra padri e figlie adolescenti contro la madre, vista come il genitore forte e la donna fastidiosamente difficile da raggiungere ed imitare.
( foto di laura joy lustig. thanks )
M. è un bel ragazzo senegalese di 24 anni, alto e mite, figlio del direttore di una scuola. Me lo raccomanda un’amica ispettrice di polizia: ha dovuto lasciare la moglie a dakar ed è in cerca di lavoro, disposto a fare un po’ di tutto. E’ stato regolarmente assunto come tappezziere ad altamura nel distretto dei divani, poi con la crisi del settore ha fatto l’imbianchino, quindi il garzone di un ristorante. In mancanza di meglio, gli dò incarico di demolire un brutto muretto di cemento in campagna, cosa che lui fa in pochi giorni con due suoi amici africani chiamati da altre città. Li pago e ci lasciamo come buoni amici; dico loro che se avranno bisogno di un avvocato potranno contare su di me. Nelle settimane successive M. trova qualche altro lavoretto come buttafuori in una discoteca ( non lo immagino proprio, in un lavoro del genere ) ed aiuto giardiniere. Me lo vedo all’improvviso in studio nei giorni scorsi con in mano un’intimazione di sfratto: abita in una stanza senza riscaldamento nella città vecchia, talmente fredda che fatica a dormire ed arriva stanco al lavoro. Contratto regolarmente registrato di cinquanta euro mensili, ma il proprietario ne pretende il triplo che lui gli dà dietro ricevuta di cinquanta. Non è riuscito a pagare il canone per tre mesi e l'udienza è fissata in tribunale per la fine di aprile. Appena ce la fa a raggranellare centocinquanta euro, va dall’avvocato del locatore e glieli lascia come acconto senza richiedere ricevuta. Lo rimprovero spiegandogli che non deve fidarsi di nessuno, neanche degli avvocati, e telefono subito a quello studio. L’avvocato nega di avere ricevuto la somma, io ho M. davanti al quale riferisco seduta stante la circostanza: dai suoi occhi sgranati è chiaro chi ha ragione. Faccio buon viso a cattivo gioco con il mio interlocutore telefonico, limitandomi a dirgli che il suo cliente è un evasore fiscale ma che non ho voglia di fare denunce, deve solo lasciare in pace quel giovane lavoratore che conosco come una persona perbene. Dall’altro capo del filo c’è imbarazzo, è evidente che non ci si aspettava che un ragazzo extracomunitario si rivolgesse ad un avvocato: dico quindi al collega, con tono affabile, di verificare i suoi appunti e lo rimando ad un successivo colloquio. Nel corso del quale non nega più di aver ricevuto i centocinquanta euro e mi dice che il suo cliente non iscriverà a ruolo la procedura di sfratto dietro modesto rimborso di spese legali. Dal mese prossimo farò versare da M. solo cinquanta euro per la sua stanza ed il proprietario se ne dovrà fare una ragione. In sala d’aspetto c’è la nuova amica di M., una ragazza italiana: si vogliono sposare presto. Lui non ha detto nulla a sua moglie in senegal, né appare turbato. Mi spiega che suo padre ne ha quattro, di mogli.
( foto da thenarrative.com, uno dei miei photoblog preferiti. thanks )
La foschia nasconde l’orizzonte ed affronto il rovi sotto il cielo bianco, munito di grosse forbici per potare le siepi. Ogni specchia di cui è costellato il terreno è circondata da una fitta macchia di rovo, biancospino e rosa canina. Il nostro obiettivo è di eliminare il primo, fortemente infestante e coprente, preservando gli altri. In perfetta simbiosi formano però una efficace barriera, vincere la quale lascerà evidenti segni sul mio corpo nonostante guanti e jeans pesanti. Mentre taglio centinaia di piante cresce la stima per il rovo: mette radici nella terra e poi –a volte metri più su- l’estremità del ramo si radica a sua volta nel cumulo di pietre formando un arco temibile come il filo spinato: ne trovo infilati in una cavità di un sasso, prodigiosamente radicati.
Mi riprometto di piantarli lungo i muri perimetrali del fondo come economici ed ecologici offendicula antintrusione.
Leggerò poi su internet che da qualche parte fanno infusi con le foglie, focaccia con i germogli ed una purea con le radici. Si viene presi da una sorta di frenesia, tagliare i rovi procura lo strano piacere che sempre si prova a mettere ordine o gettare le cose inutili, ed è difficile smettere. Dal groviglio di rami spinosi emergono piccoli lecci e fragni. Dopo solo tre ore di lavoro siamo distrutti, uno spuntino di emmentaler ed insalata e poi un lungo sonno pomeridiano. Indolenziti dappertutto, andiamo a cena in un piccolo ristorante di un paese a pochi chilometri: compare, buonissimo, un piatto di grano mantecato con il caciocavallo podolico fresco e scaglie di un misterioso tartufo locale. Il boss del ristorante mi mostra i piccoli ed inediti tartufi pugliesi, bianchi e neri, guardandosi intorno come si trattasse di gioielli. Pare che li trovino ultimamente vicino alle radici dei lecci, non si sa come facciano. Condivido la sua circospezione: penso con terrore a quello che succederebbe se, oltre che di funghetti poverelli, di asparagi selvatici e di storni, avessi in giro per la campagna anche gente a caccia di tuberi rari. Si chiacchiera del primitivo di manduria Attanasio che beviamo, sconcertante. E’ proprio come quello di tanti anni fa a casa di mio nonno: lui, da buon tarantino verace, lo beveva su tutto, anche sui frutti di mare crudi, noci, ostriche, cozze nere e pelose, datteri, che sapeva aprire come nessuno. Niente a che vedere con la vulgata corrente simil-zinfandel di primitivo, frutto di barrique e della ricetta di pochi enologi, sempre i soliti. Tinge il bicchiere, dolciastro: ovviamente piace molto alla mia adorabile accompagnatrice, non a me che ne apprezzo la naturalezza e l'approccio filologico, tutto qui.
Pochi hanno avuto il coraggio di assaggiare Marmite, un salutare e repellente estratto di lievito di antica ricetta ( ottenuto da residui di lavorazione della birra ) e buon successo nel regno unito -dove viene spalmato anche sul pane come una gustosa crema- ma sconosciuto all'estero. Ricorda un pò l'estratto di carne liebig, che ho assaggiato da bambino restandone disgustato. Recentemente è comparso uno spot pubblicitario che sta destando polemiche perchè i bimbi inglesi, a quanto si dice, lo detestano e ne rimangono traumatizzati. Si tratta di un remake della scena madre del famoso The Blob, film americano degli anni cinquanta. A parte le facili suggestioni scatologiche e le riflessioni politiche in cui qualcuno potrebbe dottamente esercitarsi ( magari prendendo le mosse dal clima di guerra fredda in cui fu concepito il film sino a richiamare l'odierno slogan della Marmite "You Either Love it or Hate it!"), è evidente l'attuale voga delle pubblicità retro, buon esempio delle quali è la canzoncina-tormentone radiofonico de Il Riformista.
Stanno prendendo piede i ricorsi contro verbali per eccesso di velocità “autovelox” basati su pretesi stati di necessità. In pratica sempre più automobilisti, appena accortisi di essere stati fotografati, vanno in un pronto soccorso e lamentano qualche dolore, facendosi così diagnosticare qualcosa. All’arrivo del verbale, faranno opposizione adducendo di aver dovuto violare i limiti di velocità proprio perché in stato di necessità, ed allegheranno la certificazione medica. Il ricorso verrà accolto dal giudice di pace, evitando all'automobilista qualunque sanzione. La persona con cui stamattina ne parlavo ( un giudice di pace, appunto ) confessava la propria impotenza, salva una valutazione severa sulla sindrome documentata che però non costituisce un vero problema per i furbi, anche perchè è praticamente impossibile entrare nel merito di quanto risulta dal referto medico, nè l’amministrazione ( a parte casi rarissimi ) si costituisce in giudizio. La causa, quindi, viene trattata in un tete a tete tra il difensore del contravventore ed il giudice di pace, di solito a sua volta un avvocato.
Non dò mai il numero di telefono portatile ai clienti, nè telefono loro col mio. Questa volta invece il cliente l’ho chiamato senza alcuna precauzione all’ospedale dove era stato ricoverato dopo che la moglie gli aveva rotto il naso. Conosciuto alcune settimane fa, tutti gli stereotipi erano contro di lui, un giovane carabiniere siciliano con la barba scolpita a pizzetto, sposato con una casalinga pugliese madre dei loro due bambini. Mi consegna subito la lettera appena ricevuta dall’avvocato della moglie, che vuole separarsi e lo fa convocare per un’eventuale forma consensuale. Dopo pochi minuti lui comincia a piangere piano. Legatissimo a moglie e figli, aveva anni fa rinunziato al trasferimento nella sua città, in Sicilia, per stabilirsi nella cittadina di lei e dove vivono i suoi genitori. Qui acquista una casa e si accolla un mutuo ventennale con rata pari ad un terzo del suo stipendio. Nel proprio ambiente la moglie inizia a cambiare: sempre più assente ed infastidita, lo trascura sino a quando lui si accorge che ha una relazione con il padre di un compagno di scuola del figlio. Non intende troncare la relazione, che nega. Dal tabulato della propria scheda telefonica, da lei presa in prestito, lui desume decine di telefonate a quell’utenza, che lei non riesce a spiegare. Gli crolla il mondo addosso: lei inizia ad essere arrogante, gli dice di andarsene, porta con sé spesso i figli a casa dei genitori e la domenica pranza lì con loro lasciandolo solo. Quando lui ha un incidente con l’auto d’ufficio e rimane ferito, non va neanche a trovarlo in ospedale né si informa sulla sua salute. Lo sfida dicendogli di essere andata dall’avvocato che le ha detto del suo diritto all’affidamento dei figli, alla casa coniugale ed al mantenimento proprio e dei bambini sicchè lui, in definitiva, dovrà andarsene e lavorare per loro. Il cliente mi dice che non vuole separarsi, ama troppo la moglie ed i figli: temporeggio quindi, scambiando alcune lettere con la litigiosa collega che assiste la moglie ed è chiaramente alla ricerca di un casus belli.
Quanto più fuori fa freddo, tanto più caldo fa nell’ufficio postale, con il riscaldamento a manetta che si aggiunge al calore della folla. Lungo la vetrata che dà sulla strada, dove batte anche il sole, sono allineate le poltroncine di faggio curvato, tutte occupate da pensionati dall'aria serafica. Stacco il biglietto ed aspetto il mio turno, dopo avere aiutato un paio di vecchietti a fare la stessa cosa scegliendo il tasto giusto tra diversi dalle dizioni oscure ( “prodotti bancoposta”, “prodotti postali” ). L’attesa sarà lunga, allo sportello della corrispondenza raccomandata il personale è trimestrale: posteitaliane s.p.a. risparmia mandando la qualità del servizio alle ortiche, gli impiegati temporanei si avvicendano senza mai fare in tempo ad imparare il mestiere, è il caos ( in compenso la società chiude i bilanci in attivo, producendo valore per gli azionisti ). Inganno il tempo guardando il piccolo mercatino in cui si è trasformato quello che un tempo era luogo severo di un servizio pubblico essenziale e rispettato da tutti al punto da mettere persino soggezione. In un catalogo le merci che posteitaliane vende: set di coltelli, attrezzi per giardinaggio, computers, forniture per ufficio, un pò di tutto. In una teca un orrendo soprammobile di peltro al fianco di più normali cartoline dall’affrancatura annullata con il timbro del primo giorno di emissione, per i collezionisti. Grafica e fattura di francobolli e cartoline sono deplorevoli, a tratti ridicole a confronto di quelle, splendide, dei primi due decenni della repubblica. Intanto cresce la confusione, l’attesa si fa eccessiva e chiedo ad un vecchietto seduto dietro la vetrata rovente -e con su anche il cappotto- qual è il suo numero. Mi guarda negli occhi sorridente e risponde in dialetto che non ne ha; il suo amico seduto a fianco mi fa capire con un cenno del capo che non ce l’ha neppure lui. Solo allora capisco che sono lì da ore solo per trascorrere la mattinata al calduccio ed in compagnia, salutando ogni tanto qualche conoscente e scambiando quattro chiacchiere proprio come una volta sulla piazza del paese.
La sede distaccata di lecce del tribunale amministrativo regionale della puglia è in un edificio del cinquecento, la ex casa dei gesuiti. Ci arrivo oggi trafelato ( l'udienza inizia con puntualità ) attraversando la città antica e barocca, tutta di pietra bianca e friabile, per stradine invase da un’odore intenso di confetti, pasta di mandorle e cotognata. Passo davanti ad innumerevoli botteghe di ceramisti, intagliatori e cartapestai che espongono in vetrina e per strada pupi da presepe di tutte le dimensioni. Il clima è perennemente natalizio anche quando quelle festività sono lontane. E’ strano venirci per lavoro, viene subito voglia di lavorare in un modo diverso, quieto ed ordinato e comunque godersela uscendo ogni tanto per mangiucchiare e gironzolare tra le stradine. Non c’è posto come il tar leccese in cui si avverte la differenza abissale tra la giustizia ordinaria e quella amministrativa. Il personale appare rilassato, sereno, disponibile verso gli avvocati, che sono pochi ed in gran parte habituèe. Nelle stanze, ricavate in antiche celle e refettori dalle volte candide a stella, dappertutto computers nuovi e funzionanti. Sulla sedia accanto al gentile e pignolo cancelliere la sua sciarpa aquascutum perfettamente piegata. Le udienze si tengono tra le boiseries di una grande sala ottocentesca come questa, incubo dei novizi dell’avvocatura, abituati ad avere i fascicoli sulle ginocchia in stanze-bolgia del tribunale nuovo e che qui si trovano a dover sottostare, in pochi e vestiti di toga, ad una corte imponente e d’aspetto minaccioso. E' ciò che resta dell’antica atmosfera spagnolesca, stemperato nella dolcezza salentina, nei sorrisi e nei convenevoli salottieri. Giacca e cravatta imperativi ed incresciosi nella lecce in cui comincia a fare caldo a maggio. I ricorsi amministrativi di mezza regione puglia vengono trattati in questo ambiente morbido, con un piede dentro ed uno subito fuori tra i saldi delle boutique del centro e la frutta candita rivestita di cioccolato, le pìttule fritte, i pasticciotti alla crema, i rustici salati di pasta sfoglia con mozzarella, pomodoro e besciamella il cui profumo quasi pare di sentire dalle cancellerie. Ogni conflitto, anche drammatico, qui si sublima nell'eloquio soffice degli avvocati amministrativisti dagli abiti di buon taglio e gli stuoli devoti di praticanti longilinee. Quando capitate da queste parti ( il tar leccese ha giurisdizione sulle province di brindisi, taranto e lecce ), impugnate un provvedimento amministrativo qualsiasi, che so, un'ordinanza di una capitaneria di porto od una in materia di traffico di un comune a piacere, e venite a spassarvela qui.
L'altra sera attendevo fuori dal disney store ( come mia abitudine, chè non ne sopporto la calca del sabato ). La cosa si sarebbe rivelata, per la verità, non molto romantica giacchè chi stavo aspettando annoiato mi stava giusto comprando, come regalo di san valentino, una graziosa mug illustrata con vecchi cartoons di paperino e c.
Osservavo dalla vetrina un tipo distinto che, con espressione assorta, teneva una tazza rosa nella mano sinistra infilandovi un pupazzetto di winnie the pooh in modo che ne sporgesse la testolina, e ne valutava l'effetto.
Siamo andati via che ancora faceva la buffa zuppetta con l'orsetto.
Già all'inizio degli anni cinquanta Werner Von Braun aveva immaginato molto di quello che sarebbe stato l'evolvere dell'ingegneria spaziale nei decenni successivi.
Un sito americano vende modellini dei veicoli che lui aveva progettato. Li vorrei tutti, come questo che prefigura lo Space Shuttle, o questo la Stazione spaziale internazionale, o questo il modulo lunare Apollo.
Ne trovo godibile in particolare la visionarietà vestita con il classico e riconoscibile look industriale bombato -molto più sexy di quello attuale- dei fifties.
Quei progetti alimentarono la fantasia di centinaia di divulgatori e disegnatori di sci-fi, il gusto ( Space Age ) di un'intera epoca ed occupano ancora l'immaginario dei baby boomers.
Percorrendo l'antica linea Central della metropolitana di Londra, aguzzo lo sguardo dai finestrini nel tratto tra Tottenham Court Road e Holborn. Lì c’era una delle stazioni perdute del Tube, la British Museum.
Fu aperta nel 1900 e chiusa il 25 settembre 1933 in favore della vicina Holborn. Ancora oggi, se fate attenzione, dal treno in corsa si vede per un attimo, sul muro del tunnel, la scritta bianca con il nome della stazione.
Si tratta di una delle più affascinanti tra le stazioni londinesi scomparse ( più di quaranta ), anche per l’inevitabile leggenda che le si accompagna. Quella del fantasma di un antico egizio apparso diverse volte a tarda sera nei primi decenni del secolo scorso percorrendo un misterioso condotto sotterraneo che collegava la stazione ad una sala egizia del museo.
La storia circolò talmente che un giornale offrì un premio, che non riuscì a consegnare, a chi avesse avuto il coraggio di trascorrervi la notte. Due anni dopo la chiusura della stazione, fu messo in scena un comedy thriller dal nome Bulldog Jack in cui era riproposta la faccenda del passaggio segreto dal Tube alla sala egizia del museo, anche se il nome della stazione fu mutato in "Bloomsbury" ( mai esistita ). La gente rimase poi molto colpita dalla scomparsa di due donne dalla piattaforma della stazione Holborn proprio la sera della prima, e da misteriose scritte apparse sul muro della stazione chiusa.
London Underground ha sempre smentito l'esistenza di passaggi tra quest'ultima ed il museo: la sua piattaforma però, con i manifesti e tutte le attezzature, sono stati rimossi ( a differenza di quanto è accaduto con altre stazioni chiuse, che ancora dormono nel sottosuolo della città, tra fossili ed antichi affluenti del Tamigi -come il Fleet, proprio lì vicino- che domati e sepolti rombano sotto le grate delle strade ) e murate le rampe di accesso al ground level.
Invano ho cercato sulla strada resti della stazione fantasma, demolita anch'essa solo una quindicina di anni fa. Si trovano in qualche libreria antiquaria di Charing Cross Road fotografie della stazione, e sulla rete foto dei resti della piattaforma e dell'uscita murata. A differenza delle solite storie gotiche che mi annoiano non poco, questa mi piace ( e poi il fantasma, e cioè la scritta bianca sul muro fuligginoso del tunnel, c'è e si vede ).
Ogni volta che ci sono passato davanti sono rimasto diversi minuti con il naso incollato alla vetrina a guardarli, quei vasetti antichi apuli e mediorientali esposti da Parthenon, in Museum Street, negozietto antiquario a trenta o metri dall'ingresso del British Museum. 
A parte la loro bellezza e l'apparenza di autenticità, sconcertanti sono i prezzi.
Duecento, trecento sterline per deliziosi oggetti di diversi millenni fa esposti insieme al distintivo degli antiquari inglesi.
Uno viene assalito da una ridda di dubbi: come sarebbe possibile vendere come autentici dei falsi in un luogo dove gli studiosi e gli antiquari pullulano? Come è tuttavia possibile che un vaso di Gerico del 3000 a.C., semplice quanto si vuole ma neanche tanto piccolo, costi quanto invitare un gruppetto di amici al ristorante?
In realtà finisce per essere determinante la faccenda del prezzo, che sembra inverosimile e, paradossalmente, sconsiglia l'acquisto.
p.s. Uno poi, sull'aereo, ci ripensa: in definitiva, un vaso che mi fosse piaciuto tanto, a quel prezzo, non l'avrei forse comprato, se non ci fosse stata di mezzo la storia dell'autenticità? ( Ci sono tutte le premesse, quindi, perchè il dilemma -forse meno banale di quanto sembri- si riproponga la prossima volta ).


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