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E' da mesi che ho la forte sensazione di una infondata prevenzione della Procura della Repubblica e della Questura di Bari nei confronti di Filippo Pappalardi, padre dei due ragazzini scomparsi di Gravina. Impressione determinata dapprima dalla strana esclusione a priori di serie indagini sulla madre dei bambini, che mai ha assunto veste di inquisita ( non affidataria dei ragazzi e quindi che poteva astrattamente essere ritenuta, a differenza del padre, interessata alla loro scomparsa ) e sulla quale erano doverosi sospetti molto più gravi di quelli a carico del Pappalardi ; poi dal pesante intervento della Procura sui giornalisti ( di "Chi l'ha visto?" ) che accennavano a seguire una loro pista e che a seguito di tale strano ed inusitato intervento abbandonarono ogni autonomia di indagine e di giudizio per accodarsi alle veline del Tribunale ; infine dall'arresto di Filippo Pappalardi, fondato praticamente su una sola testimonianza, presa per "oro colato" della Procura, che ha continuato a diramare pesanti dichiarazioni accusatorie su di lui. Ora le mie impressioni sono molto di più dopo il ritrovamento dei corpi dei due ragazzini, chiaramente incompatibile per le sue caratteristiche con la tesi del loro omicidio ( trovati nel centro del paese, in luogo assurdo per un omicidio, perlopiù duplice ) e compatibilissimo, invece, con l'evento di una caduta accidentale, come quella recente di un altro ragazzo. E' evidente che il testimone che da mesi accusa il Pappalardi e riceve credito acritico dalla Procura e dalla Polizia baresi ha riferito il falso, giacchè è la sua testimonianza ad essere incompatibile con la modalità della morte dei due ragazzini; è chiaro, poi, che ha riferito il falso per compiacere qualcuno che ce l'aveva con il Pappalardi e/o voleva sviare su di lui le indagini, riuscendoci. Procura e Questura, invece, incredibilmente continuano ad accusare il padre dei ragazzi, che dovrebbe essere invece immediatamente rimesso in libertà e poter partecipare al funerale dei due figli, mentre dovrebbe conoscere sfibranti interrogatorii e custodia in carcere chi ha confezionato una falsa ed infamante accusa e tenuto un innocente in gattabuia per mesi. Per tacere di ricerche compiute con i piedi, tanto inefficaci ed impotenti quanto invece puntuti e zelanti sono stati le requisitorie a favore di telecamera e gli interventi intimidatorii.
L'intervista di Fazio a Daniel Pennac, ieri, lo ha rivelato persona di una noia mortale. Non avendo mai letto alcunchè di suo, ma subìto lo strabiliante pressing pubblicitario in suo favore negli anni scorsi ad opera dei giornali e delle persone che frequento ( il che, di solito, sortisce su di me effetti controproducenti ), non me ne sono stupito più di tanto. E' successo con altre mode letterarie precedenti e successive. Si parlava solo di scuola e di insegnanti, argomento essenziale di una conversazione veramente micidiale. Come quelle che si ascoltano a Fahrenheit, il pomeriggio su radiotre, quando in studio c'è qualcuno in qualche modo collegato al mondo della scuola, certamente l'ambito di attività (?) più improduttivo, autoreferenziale e inutilmente compiaciuto, quindi esiziale per i non addetti ai lavori (?). Che si parli di routine scolastica, problemi sindacali, circolari, graduatorie od in generale di beghe sulle quali nessun altro ( operaio, impiegato, professionista ) avrebbe cuore di intrattenere commensali.
Arriva un momento in cui si deve prendere atto di non avere più la spinta necessaria od il tempo di tenere aperto il blog, i.e. scrivere post "rifiniti", e quindi virilmente chiuderlo ( qui un bell'esempio di chiusura elegante, asciutta e pulita ), oppure di avere voglia d'altro che di chiudere un blog. Il mio caso è il secondo. Sono molto attratto, ultimamente, dai tumblelog, ma c'è qualcosa nella formula che non mi appaga. Per esempio, non vedo per il momento la necessità di sopprimere i commenti. Quindi questo è un ibrido, con tutto quello che ciò comporta. Vedremo.
Un viaggio macrofotografico in vivande di carne può far seriamente pensare di diventare vegetariani. D'impulso uno circoscriverebbe la faccenda a cibi conservati americani, ma non so se lo spettacolo sarebbe molto diverso viaggiando in una buona bistecca.
Ascoltata per radio una delle ultime canzoni di Celentano ( "La situazione, etc."). Non che non lo si sapesse, ma mi stupisco sempre nel constatare che una gran parte del pubblico è costituita da gente del tutto fuori dalla parabola evolutiva del gusto musicale ( e non ) degli ultimi decenni. Quando si celebrano, ad esempio, i Beatles ed agli addetti ai lavori pare di fare un'operazione plebiscitaria e di sfondare porte aperte, non ci si accorge che i più sono del tutto estranei ed irraggiungibili. Proprio come il vuoto pneumatico di cultura e gusto nell'architettura di interni viene riempito perlopiù da manufatti pseudoartigianali di arte povera con buchi finti di tarli inesistenti, così quello di massa di ogni educazione e gusto musicali consente orripilanti mèlange di neomelodico, anni '50 e '60 e generico impegno sociale-ecologista da sabato sera, buoni per genitori che sembrano coevi di Nilla Pizzi e Toni Dallara ( pur essendolo dei Led Zeppelin o dei Clash ) ma anche per i loro sventurati figli, dai quali non è venuta nè può venire alcuna ripulsa delle canzonette pomicione di Mina o dell'impegno alle vongole dello pseudorocker pentito.
Qualche settimana fa, a Francavilla Fontana (Brindisi), mentre entro nella locale sezione del Tribunale, gli altoparlanti su un'automobile bianca priva di simboli e sigle annunciano per l'indomani, proprio dinanzi al tribunale, un pubblico comizio di solidarietà con la "coraggiosa concittadina", "orgoglio dei francavillesi" Clementina Forleo. Ho la netta sensazione che costei, sin dalla sua prima, strana apparizione ad Annozero in cui solidarizzava "troppo" e persino fastidiosamente con De Magistris ( molto più pacato, abbottonato e serio di lei ), pensi ad una clamorosa uscita dalla magistratura con simultanea candidatura elettorale. Cercherò di approfondire sullo strano comitato di solidarietà formatosi a Francavilla; il suo linguaggio ed i toni apparentemente "prepolitici", ma anche gli orientamenti conosciuti della Forleo e persino il genius loci della piccola città, suggeriscono di pensare ad ambienti di centrodestra.
Sarebbe bene che gli organizzatori di concerti estivi gratuiti prendessero atto che Bollani
-oltre che grande pianista jazz- è una star pop ed un comico allo stesso tempo, e muove ( anche grazie a Repubblica Bari, un tempestivo articolo della quale funziona ormai come fanfara per le moltitudini cittadine ) folle adeguate ( già da settimane circolava il "c'è bollani" che è pure una sorta di imperativo: bollani è divenuto per i più sinonimo di pianista jazz, e si legge riscontro immediato ed entusiastico anche in occhi altrimenti vuoti o sbarrati al tuo nominare ogni altro ottimo musicista ). Non era lecito che mi attendessi da un piano solo gratis di ferragosto algide meraviglie che ascolto in questi giorni su disco, ma titubavo temendo ormai noiose gags come con la banda osiris, e speravo che il pianista facesse premio sul cabarettista. Non è andata così avant'ieri sera a Locorotondo, ma non è andata male, solo il primo sembra di questi tempi ossessionato dal percussionismo e dal samba. Passerà. Generoso com'è, organizza i bis come un referendum sul Bollani che piace al pubblico, prendendo diligenti appunti e cercando di soddisfare tutti con un buffo medley. Il risultato è ciò di cui non dubitavo: un plebiscito a favore del cabarettista: il pubblico vuole solo sentirsi a zelig o da fiorello ( rifugge dalle cose più colte come quelle con Riondino, roba intellettuale da radiotre ), non cerca gli sfottò più belli e ribaldi, ma proprio l'imitazione dei fredbuongusto e paoloconte ("lo fa uguale!", "che ridere!"), non allusioni minimamente cattive come l'esilarante parodia di Jarrett ( che pressochè nessuno capisce, ma nondimeno si sbellicano vedendo il didietro, come in K.J., agitarsi sinuoso ) o quella appuntita dei furbi pianisti à la mode come Allievi o Einaudi ( sentita alla radio, con lui che, chiamandosi appunto Ulderico Garzanti Diotallevi, suona vacuità da bambini dai nomi etnico-altisonanti sfogliando supponente spartiti grandi come tomi ), che nessuno chiede ed infatti, da vero democratico, lui non fa. Vado via contento, solo un po' frustrato, ligio ai voleri alla strabocchevole maggioranza che, sfollando dopo aver intonato "O sole mio", si dirige veltroniana verso orecchiette e gnumerelli, alla faccia degli snob, giustamente contenta di sè ( i lettori di Repubblica Bari sono sempre nei posti giusti a fare le cose giuste, id est plebisciti politici o musicali ). Grande invenzione il jazz.
L’ultima del Garante per la Protezione dei dati personali ( relatore Mauro Paissan, già direttore del “Manifesto” e parlamentare dei Verdi, che con la vicepresidenza della Commissione di vigilanza sulla Rai certamente fornì a suo tempo le tranqullizzanti credenziali necessarie al ruolo che dal 2001 ricopre ) ha suscitato giustamente scandalo per il precipitoso intervento a tutela della riservatezza dei personaggi pubblici ed a discapito del diritto all’informazione. In realtà, a ben riflettere, la “privacy” ha da noi avuto sin dal principio un’accezione conservatrice ed antidemocratica, più compressiva di diritti che espansiva degli stessi. Ricordo di avere notato, praticamente subito dopo le prime norme in materia, in un contesto sociale meridionale solitamente torpido nel recepimento di novità legislative, un’accoglienza entusiastica e persino istintiva della nuova problematica, soprattutto tra i burocrati di ogni livello. Pareva non stessero aspettando altro che potere, con le sopracciglia aggrottate ed espressione enigmatica, accampare una formuletta magica ( “per la pràivasi” ) per omettere un adempimento, negare una informazione od una certificazione, risparmiare anche solo un gesto. Negli ultimi anni abbiamo poi assistito ad un'evoluzione della normativa nel senso contrario rispetto a quello che avrei auspicato: invece di conoscere di più del nostro prossimo ( come si dovrebbe in una società in cui, come si dice, si è sempre più interconnessi e i rapporti sono sempre più veloci ) si è incallito un guscio di protezioni che paiono fatte apposta per tutelare i furbi ed i prepotenti ai danni dei più deboli. Mentre nessun serio ostacolo è stato frapposto alle pesanti intromissioni di quelli che si suole chiamare “poteri forti” nelle vite dei cittadini, questi sono stati sepolti da montagne di moduli ed adempimenti inutili e ridicoli, moderna manifestazione della immarcescibile passione nazionale per i barocchismi cartolari e la sistemazione delle scartoffie come surrogato della sostanza delle cose. Gli adempimenti a tutela della privacy sono quindi divenuti parte dell’armamentario esoterico dei consulenti e dell’incomprensibile scadenzario burocratico e, nella loro pletoricità, ulteriore fonte di ingiustizia, incoerenza, contraddittorietà, insincerità nel rapporto tra cittadini ed amministrazione. Io, per esempio, non potrei tenere fascicoli in vista sulla mia scrivania nè ( orrore ) portarne uno a casa per studiarlo la domenica, chè mia moglie potrebbe sbirciare dei nomi nell’intestazione, e ciò mentre invece indiscriminate moltitudini percorrono corridoi di ogni tribunale tappezzati di faldoni su cui spiccano i nomi dei contendenti, od ascoltarne le vicissitudini entrando indisturbati in qualunque aula.
Visto quello che di ipocrita ed inutile la tutela della privacy è divenuta nel “diritto vivente” e nella vita di ogni giorno, non stupisca, quindi, che le menti del suo “Garante” siano politici un tempo rivoluzionari, cresciuti nella camera di compensazione della vigilanza sulla Rai ed oggi disponibili a simili compiacenti provvedimenti.
Poco prima dell'epocale voto al Senato pensavo ad una cosa che aveva detto Cossiga il giorno prima, e cioè che Berlusconi gli aveva telefonato per chiedergli di votare a favore del governo. La solo apparente stravaganza dell'iniziativa si spiega, secondo me, col fatto che verosimilmente B. non salta dalla gioia per la crisi in questo momento, certo com'è che il centrosinstra è molto più bravo a farsi autonomamente del male di quanto non sia lui a farglielo, e non era tutto sommato ancora cotto a puntino ( p.e., la nascita del partito democratico dovrebbe essere il colpo di grazia per il centrosinistra sia ala luce del dato di comune esperienza del fallimento elettorale di quasi tutte le fusioni nella storia politica italiana che per le ulteriori scissioni a carico di ds e margherita che ciò inevitabilmente determinerà, etc. )
Ho visto il servizio di Matteo Bordone su You Tube e non in tv perché non guardo Le Invasioni Barbariche. Se sullo stesso non fosse stato mandato avanti il dibattito sui blog me lo sarei perso, come volentieri gli altri imperdibili contributi di quella trasmissione. Confesso di non capire quale sia la battaglia e lo stesso oggetto del contendere. Da Bordone nessuna analisi e nessuna volontà di farla, solo poche pennellate impressionistiche ed un po’ di birignao alla nannimoretti prima maniera ( prima che diventasse un tipo-così-simpatico-e-alla-mano facendo il karaoke da Fiorello o rispondendo agli ascoltatori con Cotroneo ), cui somiglia anche fisicamente: guardando il servizio non posso reprimere la condivisione integrale degli stati d’animo ( non sono forse fedele ascoltatore di Dispenser? ) ma anche un senso di sottile rammarico per i suoi e ed i miei pensieri in un centro commerciale. Perché mi chiedo se la Parietti non abbia davvero ragione, se quello di Bordone ( ed il mio ) non sia davvero snobismo, giacchè le orribili folle di seguaci del ballerino latinoamericano che si tiene il pacco non sono poi molto diverse dai teneri ed iconici vecchietti che ballavano il liscio alla casa del popolo, nè forse soggiacciono ad una fascinazione molto diversa da quella che irradiavano i mambo ed i calypso degli anni ’50, anch’essi assurti a miti. In studio, Bordone continua a rifare Nanni Moretti d’àntan con la sua interlocutrice fedele, invece, allo stile rissoso ed approssimativo dei talk show. In cui appunto, come in questa circostanza, non si capisce mai quali sia esattamente la vexata quaestio. Ma forse è il segreto per sopravvivere nella tv ( e non solo ) di questi tempi: dibattere senza mai mettere a fuoco, ostracizzare o solidarizzare senza neanche ben capire. I blog ci mettono poi del loro, come se di una vera battaglia si trattasse.
Piuttosto c'è uno spunto delle riflessioni di Bordone sul suo blog che lo meriterebbe davvero, un approfondimento:
"Ormai il recupero del tamarro (quello sì spesso compiaciutissimo e snob) ha sfondato a sinistra. A allora siamo a un punto in cui ti danno dello snob classista se dici che Domenica In è una porcheria, che al Bagaglino ci sono le battute sulle corna e sulle sottane, che Gigi d’Alessio non è molto originale e che non proprio tutte le volte che Lino Banfi ha detto “porcaputtèna!” era un momento di grande cinema. È tutto necessariamente bello. Tutto meraviglioso. Solo dei ricchi, che non si sbaglia mai, si può parlare male".

Oggi ho fatto una lunga passeggiata per San Francisco attraverso le foto di Craig Ferroggiaro sul suo sito Trails of Light.
Spulciando tra i World Press Photo Awards 2007, non riesco a non far caso a strane dimenticanze nei titoli di alcune foto cui fa riscontro la puntuale analiticità di altri. E' il caso dello scarno titolo di questa ( "Public execution of suspected collaborator, Jenin, West Bank, 13 August" ), confrontato con la dovizia di particolari, ad esempio, di questa ( "Paramedics show the dead body of a baby to the press after Israeli bombing of Qana, Lebanon, 30 July ). La prima ( ricordo bene l'evento oggetto della foto, peraltro assai comune nelle zone sottoposte all'Autorità Palestinese ) avrebbe dovuto intitolarsi quantomeno "Pubblico linciaggio di un sospetto collaborazionista con Israele da parte di miliziani palestinesi", etc. Non riesco ad abituarmi a siffatte "strane" reticenze che, sommate le une alle altre, determinano la pubblica opinione con riguardo ai fatti del nostro vicino Oriente. A ciò si aggiunga che il clima di terrore imposto nei Territori da bande armate mafiose palestinesi variamente denominate suggerisce comportamenti molto diversi dei familiari delle vittime a seconda che artefici degli eventi luttuosi siano israeliani o meno: nel primo caso, si assiste a scene come quella di cui all'ultima foto, e cioè a lunghe pose di cadaveri in favore dei flash, pubbliche invettive ed ululati di disperazione sempre a favore di giornalista. In occasione di uno dei normali episodi di "giustizia" palestinese, vale a dire di assassinio senza processo e di pubblico scempio di corpi, non è dato assistere neanche al pianto ed alla pietà dei familiari. Non si comprende se perchè essi preferiscono chiudersi in casa o piuttosto perchè non vengono organizzate conferenze stampa in strada. Qualche indiscreto giornalista può comunque occasionalmente far capolino quando, come nel caso del linciaggio di Jenin sei mesi fa, l'episodio si trasforma in intrattenimento pubblico di centinaia di persone, perlopiù baldi giovani con jeans stone washed e telefonini muniti di fotocamera per immortalare l'evento ( vedi, ancora, qui ). A far vacillare l'immagine dei Territori come luoghi di dignitosa miseria, etc. dove un giovane popolo attende sotto il tallone di un odioso invasore di poter costituire un Paese libero e democratico.
I quarant’anni dalla morte di Ernesto Rossi mi trovano a leggere il suo epistolario 1943/1967 appena edito da Laterza. Lettura ed anniversario quanto mai per me tempestivi, giacchè sono a casa tranquillamente convalescente dopo un non grave intervento chirurgico e le ultime lettere sono di un Rossi ammalato, mentre laicismo ed influenze d’Oltretevere sono temi caldi in questi momenti al pari di quando Rossi scriveva. Con il marcire, nel frattempo, di molti problemi che lo occupavano ( oltre alle particolari attenzioni vaticane, i vizi del ceto imprenditoriale italiano, il trasformismo e la corruzione di quello politico, l’attrazione fatale della sinistra per il sottogoverno, etc. ), balza agli occhi la singolarità della sua figura, non dovuta solo al costituire i radicali come lui ( ai suoi ed ai nostri tempi ) vere mosche bianche nella nostra politica, ma allo stesso suo temperamento. Rossi non era, infatti, solo fervidamente anticomunista, antifascista e laicista ( con rivendicazione orgogliosa del termine, del resto insostituibile dall’odierno anodino, insignificante ed anzi fuorviante “laico” ) ed inflessibile nel suo liberalismo economico e politico, ma del tutto atipico nel quadro della politica italiana. A quarant’anni dalla sua morte sarebbe problematico indicarne gli eredi: mentre, infatti, non è difficile comprendere i motivi della perdurante freddezza nei suoi confronti di quasi tutto l'ambiente politico ed economico, lo stesso Pannella ( l’unico che rivendica continuità con il pensare e l’agìre di Rossi, et pour cause, pur avendo avuto con lui minor sintonia di quanto si creda: emblematico ne è il freddo scambio di missive pubblicate nel recente volume di Laterza) farebbe bene a riflettere e prendere atto del progressivo allontanarsene del partito radicale degli anni ‘70/inizi ’80 e poi dei soggetti radicali a noi contemporanei. Se il primo sarebbe incorso nelle feroci -ed a volte, per la verità, ingenerose e pregiudiziali- critiche che Rossi riservava a chi accettava di percorrere anche solo tratti di strada col PCI, il Pannella dell’epoca successiva -quello della contrapposizione a Mani Pulite gridando al golpe, delle autoconvocazioni dei parlamentari alle sette del mattino e della liason con Craxi e poi con Berlusconi- non avrebbe passato il fine setaccio di Rossi in termini di vigilanza contro il malcostume politico. Ed infatti, mentre i più ( tra i pochi che faranno caso alla ricorrenza ) rievocheranno oggi il Rossi anticlericale, antifascista, anticomunista, liberale e liberista -e lo faranno a buona ragione- a me, cui garbano lidi ancora più deserti, oggi piace ricordare anche il Rossi dell’intransigente lotta ( giudiziaria ma non solo, ancorchè sfortunata ) contro la corruttela politica, il vaniloquio politico-giornalistico e l’aria fritta nazionale ed inter/transnazionale.
" ‘Walden. Or, Life in the woods’ is the name of a story from the American writer and philosopher Henry David Thoreau, written in the mid 19th century, which describes his life and his relationship with nature. The concept of simple life influenced the garden-project from Nils Holger Moormann, which invites one to live outdoors. Determined garden-owners are able to store various tools such as shovel, rake and wheelbarrow in this ‘wooden box’ of unusual proportions. Easy goers have to decide whether to take a seat at the table in the seating cabin, or climb a ladder to the upper level. There it’s possible to enjoy the view or to stretch out and guess cloud shapes or count stars under the sliding sun roof. The obligation of a campfire is created in a swinging fire cauldron, and right beside it, the necessary space for firewood.
As a whole, ‘Walden’ offers lots of room for things we associate with ‘garden’ and ‘outdoors’ and honours them with a layout, in which they can be seen: birdhouse and bird seed, flower pot and water can, grill utensils and picnic table.
Actually, you’ll never want to go back in the house".
Effettivamente questa cabane è una via di mezzo tra una casa ed il coltellino dell'esercito svizzero: mi pare evidente la prevalenza del profilo concettuale, ma non le si possono negare nordiche funzionalità e ( a suo modo ) comodità. Sopratutto, però, è bellissima. Sembra la riduzione all'essenziale di Villa M di Stéphane Beel.
L'uso eterodosso del cellulare fatto da Marco Pannella a Caserta non ha stupito affatto chi ricordi trattarsi praticamente dell'inventore del telefono portatile. Moltissimi anni prima dell'esistenza del telefonino, infatti, Pannella si liberava dalla schiavitù del fisso e faceva installare nella propria abitazione dell'epoca una ricetrasmittente con cui si svolgevano via etere i suoi frequenti e perentori collegamenti con Radioradicale. Se, quindi, non siamo esattamente di fronte all'inventore del telefonino, certamente il medium via cavo è sempre stato strettissimo a P. ( come, del resto, quasi tutto ), avendo sempre avuto la percezione di cosa di ben più libero si potesse fare di un vero telefono. Nessuna meraviglia, quindi, per la prontezza e la disinvoltura nell'uso del gadget da parte dell'ultrasettantenne: nel bene e nel male, s'intende, come sa chi abbia ascoltato anche solo una volta il suo torrenziale monologo radiofonico della domenica sera, in cui ossessivo è il continuo arrivo degli sms
-accompagnati dalla molesta e ben nota sequenza di interferenze ai circuiti della radio- al suo telefonino lasciato a pochi centimetri dai microfoni in spregio ad ogni regola tecnica oltre che di ragionevolezza e bon ton. Per deferenza o timore, nessuno osa eccepire alcunchè, proprio come a tutto ciò che promana dal Nostro, dalla nube di catrame nelle riunioni alle intemperanze verbali, alle violazioni statutarie, alle sostituzioni al volo di segretari, etc.
aggiornamento: Beh, qualche ora dopo il post che precede, e cioè domenica sera, qualcuno ha, vividdio, finalmente eccepito qualcosa. Il monologo è stato una volta tanto interrotto: ecco i dieci minuti più "caldi" ed i più lunghi della storia di Radioradicale ( dal minuto 44:45 al 54:40 del video della "Conversazione Settimanale con Marco Pannella" andata in onda nella serata del 14.1.07. In breve, Pannella chiede al direttore di RR di voler estromettere Capezzone dalla rassegna stampa della domenica mattina per affidarla ad elemento più politicamente gradito: Bordin reagisce seccato all'ordine datogli in diretta radiofonica e coram populo, pur rispondendo che se ne può parlare in separata sede ).
Il caso di Piergiorgio Welby ha turbato tutti, ma è stato compreso nei suoi termini giuridici da pochissimi, mentre quasi nessuno ha padroneggiato i concetti coinvolti: sulle tematiche di cui si parla sopratutto a sproposito in questi giorni, e la grande confusione ( interessata e non ) tra termini come "rifiuto di cure", "suicidio assistito", testamento biologico", l'intervento definitivo è quello illuminante di Stefano Rodotà intervistato dalla redazione della trasmissione "Il Maratoneta" di Radio Radicale il 23 dicembre scorso ( questo il link: Rodotà parla dal 35° minuto ). Penso si tratti di un ascolto essenziale.
"Rockabye Baby! transforms timeless rock songs into beautiful instrumental lullabies. The delicate sounds of the glockenspiel, vibraphone, and other instruments will lull your little one into a sweet slumber. These versions of Radiohead are sophisticated enough for people of all ages, but sweet enough to introduce your child to rock’s smartest band".
( E' divertente scorrere il catalogo degli album disponibili ed ascoltare i files mp3. Non è un caso che in testa ci siano i Radiohead, le cui canzoni si prestano più di altre ad essere trasformate in ninnananne. Ci sono però anche Pink Floyd, U2, Led Zeppelin, Coldplay, Nirvana... ).
L'ordinanza del Tribunale di Roma di rigetto del ricorso di Piergiorgio Welby è emblematica della condizione della magistratura italiana in questo momento. Anni di invettive nei confronti di giudici "impegnati" e "politicanti" hanno prodotto il loro effetto, che è quello di rendere per la quasi totalità i magistrati dei burocrati privi di tensione verso il raggiungimento della verità processuale e la tutela dei cittadini ed attenti piuttosto a "mettere a posto le carte", a stare al riparo da critiche, responsabilità ed impicci. In parole molto povere: recita l'ordinanza sul caso Welby che il diritto dei cittadini a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la loro volontà non sarebbe concretamente tutelato/bile perchè mancano leggi ordinarie che traducano in diritto vivente il dettato del capoverso dell'art. 32 della Costituzione: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". Basti un esempio: sin dagli anni settanta i giudici del lavoro hanno combattuto lo sfruttamento della manodopera ed allineato le retribuzioni facendo applicazione diretta dell'art. 36 della Costituzione, assai più vago dell'art. 32. Esso dice "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
La genericità di quella norma non ha impedito ad una magistratura motivata verso la tutela dei diritti di imporre a tutti i datori di lavoro il rispetto dei minimi previsti dai contratti collettivi nazionali, prescindendo dall'adesione delle imprese ai sindacati stipulanti e dall'inesistenza di leggi che ne impongano l'osservanza. E' solo un esempio che mi pare eloquente: in materia di diritto di famiglia, dell'ambiente ed in genere in presenza di nuove problematiche sociali alcuni giudici avevano, negli ultimi decenni, cercato forme di tutela anche quando la norma costituzionale non trovava ancora traduzione in adeguate leggi ordinarie. Ora il vento è cambiato: un giudice che si azzardasse ad applicare direttamente la norma costituzionale, anche quando -come in realtà nel caso dell'art. 32- essa è di rara chiarezza e diretta precettività, sarebbe accusato di voler "supplire" alla politica, di travalicare i limiti della giurisdizione, di fare egli stesso politica, e gli si darebbe del magistrato "resistente" o d'assalto, come si etichettavano i pretori di trent'anni fa che proteggevano di volta in volta lavoratori sfruttati, ambiente violato o coniugi vessati ed affamati. Ed infatti vasto è il consenso di cui gode l'ordinanza romana sul caso Welby, che ha compiaciuto anche chi non l'ha a chiare lettere lodata: a chi l'ha criticata od ha finto di farlo, infatti, fa giuoco che sia la politica politiciènne a tenere il pallino, anche alla faccia della concreta e tempestiva tutela dei diritti violati. Ed è triste notare che ambienti politici impegnati trent'anni fa sul fronte della lotta anche giudiziaria per i diritti civili hanno fatto dal tempo di Mani Pulite un decisa scelta di campo, arroccandosi nell' union sacrèe a difesa della "politica" contro l' "invadenza della magistratura". E' così che una magistratura ormai strapagata e più che mai timorata ( come la gran parte di essa mai ha smesso di essere, intendiamoci ) torna all'antico, a prima della grande stagione dei diritti. Pochissime le voci fuori dal coro, come Rodotà sulla Repubblica di ieri od un avvocato difensore di Welby che telefonicamente, con buona ragione, ha detto:
"Nel provvedimento c'è un sapore antico che è il ritrarsi del giudice di fronte alla tutela di un diritto costituzionale...". E' importante riflettere su cosa sia l' "antico" di cui si va riscoprendo il sapore, sulle caratteristiche di questi nuovi e così antichi giudici, su quanto si è perso, per mano di chi e perchè.
Nessuna spiegazione meteorologica, nessun rapporto con gli orsi che si vuole non siano in letargo, nè con il mio melograno incongruamente gemmato subito dopo aver perso le foglie. Semplicemente il Natale sembra interessarmi, quest'anno, ancor meno che negli anni precedenti: eppure c'è qualcosa sul tema che fa breccia anche nei cuori più refrattari. Aspetto la mia copia di questo, uscito da qualche giorno. Sufjan Stevens è quello di Seven Swans, Greetings from Michigan, Illinoise: trovo alcune sue cose imprescindibili, altre addirittura moleste. Ma questo Natale ho bisogno di andare in giro con That Was The Worst Christmas Ever in cuffia.
Poco fa Mario Landolfi (An) è stato eletto presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Landolfi è stato eletto al primo scrutinio, con ben 25 voti favorevoli su 34 commissari presenti alla prima riunione dell'organismo bicamerale. Chi si ricorda che questo signore, quando ricopriva lo stesso incarico cinque anni fa, si rese protagonista del noto episodio del biglietto autorevolmente passato all'allora direttore del Tg1 Gad Lerner perchè favorisse e sistemasse un giornalista protetto dal politico? Il Landolfi, lungi dal vergognarsene, minacciò sfracelli per l'attacco "vile e menzognero" del Lerner e lo citò dinanzi al Tribunale di Roma per ottenere il risarcimento dei danni. Con recente sentenza n. 1826/2006, quel Tribunale ha respinto la domanda del Landolfi e l'ha condannato al rimborso delle spese processuali in favore del suo avversario.
I proponimenti del Landolfi sulla tutela della professionalità nelle nomine Rai appaiono, alla luce della faccenda, semplicemente penosi, così come il consenso bipartisan ottenuto dal neopresidente, sul cui nome avrebbero dovuto esservi quantomeno obiezioni di carattere morale.
Della storia della ragazza austriaca rapita a dieci anni e tenuta prigioniera per otto non mi ha particolarmente sorpreso la pretesa sindrome di stoccolma e quindi la collaborazione e l'affectio verso il rapitore. Basterà, a riguardo, ricordare i casi delle centinaia di bambini sottratti da militari golpisti argentini alle rispettive famiglie di perseguitati politici desaparecidos negli anni ‘70, molti dei quali, divenuti adulti ed informati del crimine commesso e dei loro veri genitori, hanno voluto rimuovere l’accaduto restando solidali con i rapitori assassini. Quelle che si impongono in modo talmente evidente da accecare i più sono le sorprendenti conseguenze della prolungata detenzione e dell’isolamento di una bambina poi adolescente, nonchè della impedita frequentazione dei propri genitori, della scuola, dei propri coetanei. L’intervista tv di Natascha Kampusch ha rivelato una ragazza intelligente, educata, equilibrata, matura, dotata di sense of humour e spirito critico, ma anche di fascino e stima di sé. E’ capitato, nel passato, di aver potuto osservare un bambino cresciuto nella giungla ed allevato da animali feroci, e si è approfittato dell’opportunità per avviare riflessioni sul metodo educativo corrente. Penso che occorra farlo ora, giacchè quello di notevole che è divenuta Natascha Kampusch lontano dalla famiglia, dalla scuola e dagli amici deve essere un campanello d’allarme su quanto poco essi in realtà rappresentino per l’educazione di una persona e su quanto ne siano scadenti i ruoli ed i messaggi. Natascha Kampusch ha avuto i libri ( la prima cosa che ho notato nelle immagini del buco in cui ha vissuto per otto anni sono state, appunto, pile di libri ), la tv, la radio e basta, ed oggi ci troviamo di fronte ad una ragazza più intelligente dei suoi coetanei, più matura di loro, più equilibrata, più consapevole, più colta, più dotata criticamente di loro. Persino molto più affascinante e carina di loro, abbigliati con le loro tristanzuole divise scure ed irregimentati dietro mode e miti comuni. Il poco di cui ha fruito Natascha Kampusch nella cella del mostro appare paradossalmente enorme a confronto di quanto riescono a trasmettere la maggior parte delle famiglie, quel che resta della scuola e la comitiva degli amici, ormai stanche e patetiche casse di risonanza di stereotipi. Sperare che si possa prendere atto dell’evidenza imbarazzante di tale fallimento educativo ( di cui è emblema quel poveraccio del padre che con il suo agente va in giro come una madonna pellegrina, piatendo una parte in quello che gli pare un lucroso business ) è tuttavia troppo, ed è chiaro che l’opportunità resterà sprecata, pasto com’è per la solita compagnia di giro di psicanalisti di regime ed oggetto di avvilenti polemiche su interviste televisive e relativi compensi.
"C'è un eremita, macilento, selvatico come un vero eremita. Raccoglie pazientemente le fragoline di bosco attorno alla sua grotta. Le mette in una tazza davanti a sè e le guarda macerarsi, sino a che marciscono completamente, e allora le butta via. Il suo digiuno sarebbe troppo vacuo se gli bastasse non avere niente da mangiare" ( da "La rinincia ragionevole", di A. Sofri, su Panorama, 27.9.2001 )
A proposito dell’articolo di Adriano Sofri su La Repubblica del 30 agosto nel quale egli propone il disarmo atomico unilaterale di Israele. Mi torna alla memoria un ormai dimenticato episodio della vita di Sofri: la sua clamorosa rinuncia alla proposizione dell’appello contro la prima sentenza che lo condannò per l’omicidio premeditato del dott. Calabresi. Rinuncia che mi parve ( e tuttora mi pare ) davvero incomprensibile da parte di chi si è sempre protestato innocente e si riteneva vittima di un errore giudiziario ( anche se, per la verità, Sofri non poteva ignorare che l’appello che i correi Bompressi e Pietrostefani invece proposero avrebbe esteso per legge i suoi eventuali effetti favorevoli anche a lui, sicchè la sua pericolosa evoluzione godeva comunque di una rete di protezione ). Non è quindi la prima volta che Sofri esprime la propria inclinazione ad atteggiamenti riconducibili a quella che ebbe a chiamare ( in un altro articolo su Panorama, a proposito di Afghanistan, cinque anni fa ) “rinuncia ragionevole”. Non riesco a trovarvi niente più di estetizzanti, astratte esercitazioni in una materia terribilmente seria, proprio come un tempo le esortazioni gandhiane agli ebrei a "resistere" alle persecuzioni hitleriane con la nonviolenza. Eleganti e pericolose.

Poichè evidentemente (anche se noi non lo crederemmo, immaginandoli portare graziosamente alla bocca inoffensivi e colorati pezzettini di pesce) il colesterolo è un problema anche per i giapponesi, il produttore di salse Kewpie (pioniere della maionese, della bolognese e della carbonara in Giappone) conduce intense campagne pubblicitarie sul tema. Mi piace molto lo spot più recente del loro "Defe", realizzato dall'art director svedese, residente a Tokyo, Johan Prag.
E’ molto triste leggere Adriano Sofri in questo periodo: lo è di più per chi lo apprezza ed è costretto a constatare un netto ritorno all’antico. E’ il caso del suo breve intervento nella “Piccola Posta” sul foglio del 26 luglio scorso, in cui egli dà dello “squadrista” a Marco Travaglio. In esordio ed a freddo: “Lo squadrista Marco Travaglio”, proprio così. E’ triste constatare il ritorno di Sofri allo stile di Lotta Continua negli anni ’70, quello per cui Calabresi era l’assassino dell’anarchico Pinelli e basta, additato all’odio della “classe” e -volontariamente o non- alle pallottole dei suoi sicari. Cosa fa perdere raziocinio e correttezza dialettica ad Adriano Sofri? Avevo letto l’articolo di Travaglio che ne ha suscitato l’ira ed ho letto la risposta di Sofri: mi è quindi parso evidente che ancora una volta giunge alle ingiurie ed alla diffamazione chi non ha buoni argomenti. Pur avendo frequentato avvocati ed aule giudiziarie e quindi evidentemente in malafede. Chi l’abbia fatto sa che la strategia degli avvocati difensori degli imputati valuta freddamente, al fine di consigliare una transazione con le vittime dei reati, costi e benefici. Così, anche se l’indulto –intervenendo sulla pena e non sul reato o sul processo- non riguarda il diritto al risarcimento del danno, è evidente che l’abbuono totale o quasi della pena “disincentiva” l’imputato a risarcire le vittime e ad ottenerne il ritiro dal processo. E’ proprio quello che aveva colto Travaglio nel suo pezzo ed ogni persona ragionevole può immaginare. Così come può immaginare che il vasto indulto determinerà quasi inevitabilmente un’amnistia avente quantomeno la stessa estensione per la pratica inutilità di celebrare per anni processi destinati a concludersi con una sanzione solo cartacea. E che la certezza dell’indulto e la ragionevole aspettativa della cancellazione del reato sono sufficienti a far abortire qualunque intendimento di risarcire le vittime ed indurle a ritirare la costituzione di parte civile. Così è assolutamente vero che già il solo l’indulto sta producendo e produrrà danni gravissimi alle persone offese dai reati ed ai loro familiari, che vedono spuntarsi la principale arma che avrebbe potuto indurre i criminali a sborsare almeno del denaro. Anche perché l’ineffabile maggioranza bipartisan “garantista” che ha votato l’indulto ha sprezzantemente respinto i ragionevoli emendamenti ( mi pare di AN ) intesi a condizionarlo almeno al risarcimento del danno, e questo in un ordinamento in cui rendersi invunerabili da ogni azione civile di recupero del credito risarcitorio è facile come rubare il gelato ad un bambino e praticato da centinaia di migliaia di persone. Ed in cui ogni imputato di reati gravi giunge al processo ed alla sentenza già privo di beni al sole, essendosene disfatto per tempo. E’ quindi dolorosamente vero quello che scriveva Travaglio, e purtroppo miseramente infondata e pretestuosa la replica di Sofri. E' evidente come si renda ormai improcrastinabile una riflessione definitiva sul significato che, nel decennio di Craxi, Previti e Berlusconi, hanno assunto i termini “garantista” e “giustizialista”.
Non è difficile prevedere grande successo per il nuovo museo parigino aperto da pochi giorni e dedicato all’arte “primitiva” extraeuropea, pavidamente denominato, dal suo indirizzo, “Quai Branly” per i paralizzanti veti del politically correct francese ( e non solo francese, come testimoniano qui le virgolette ) ad ogni nome possibile, più che per la pigra moda globale di battezzare le nuove fabbriche semplicemente con via e civico. L’incombente torre Eiffel garantisce l’inserimento in molti tour basici della capitale, il target familiare pure. Il museo cui Chirac ( patito di arte primitiva ) affida la propria memoria presso i posteri è ospitato in un bell'edificio di Nouvel, l'architetto de l’Institut du Monde Arabe, ma l'interno ricorda piuttosto in modo prepotente un Rainforest Cafe. Rispetto a quello, manca lo stridìo delle scimmie e la musica jungle; ci sono invece la penombra, la foresta pluviale, i colori accesi della facciata e dei rivestimenti. E c’è tutta la voga del museo estetizzante in cui fanno premio il contenitore e la regia dell’allestimento rispetto agli oggetti, come nel melodramma rispetto a musica e cantanti. All’esposizione rigorosa e didascalica, al conveniente isolamento dei reperti del vecchio Musée de l’Homme e del Palais de la Porte Dorée ( donde provengono le collezioni esposte nel nuovo museo ), o del Louvre si sostituiscono accrochages di oggetti meravigiosi ma privi di didascalie, con illuminazione d’effetto ( vedere per credere ). Un delirio exotica, più che un museo, insomma. E dire che ci si sarebbe attesi atmosfere alla Fondazione Beyeler di Basilea, o trasparenze come alla Fondazione Cartier dello stesso Nouvel. Nel genere effetti nella penombra, molto meglio la mostra sugli Aztechi vista in Roma a palazzo Ruspoli due anni fa. E meglio anche le gallerie private di arte africana ed oceanica ( quella di Meyer, soprattutto, in rue des Beaux-Arts ) raggiungibili senza lasciare la rive gauche con una bella passeggiata da l’Alma a Saint-Germain-Des-Prés. Si conoscevano i mugugni dei curatori del Musèe de l’Homme, che non erano proprio quello che noi italiani avremmo pensato, e cioè resistenze passatiste e corporative, o non solo. Meno male che il Guardian ed il New York Times, con la franchezza anglosassone che è ancora il miglior contravveleno sul mercato alla grandeur d’oltralpe, ne hanno scritto maluccio.
Soccombo alla difficoltà di spiegare ai non addetti ai lavori come non si possa non aderire allo sciopero degli avvocati. Il disagio al pensiero del ghigno di Cicchitto visto l’altro ieri sera alla tv mentre gongolava alla notizia del blocco delle udienze è pari solo allo stupore di fronte allo spettacolo di una sinistra che vuole avvocati ricchi, affaristi, pubblicizzati e selettivi. Così questi undici giorni di sciopero, lungi dall’essere piacevole anticipazione delle vacanze, sono per un avvocato-elettore del centrosinistra una penosa passeggiata sui carboni ardenti.
E' sfuggita a tutti, per esempio, una semplice cosa sulla faccenda dello sciopero degli avvocati e dell’abolizione dei loro minimi tariffari ad opera del decreto Bersani. Molto in breve, dei minimi i grossi studi non si curano, e forse non sanno neppure a quanto ammontino. Il minimo tabellare, tuttavia, lo conoscono molto bene gli sventurati cittadini che, dopo anni di giudizio, giungono a leggere una sentenza civile o penale che dìa loro ragione riconoscendo un pagamento dovuto da uno sfrontato inadempiente o rigettando una pretesa ingiusta. Mentre il loro avvocato avrà potuto, nel corso della causa, farsi pagare quanto richiesto ben oltre i minimi tabellari, il giudice in sentenza condanna oggi l’altra parte a rimborsare al malcapitato vittorioso non quanto egli abbia sborsato, bensì proprio il minimo previsto dalle tariffe forensi. Quale sarà l’effetto del decreto Bersani a riguardo è presto detto. Poiché quando liquidano il rimborso delle spese legali in favore della parte vittoriosa i giudici –chissà perché- vengono presi da inspiegabile pauperismo neanche dovessero far appello al proprio portafogli, senza più minimi inderogabili sarà loro consentito liquidare anche somme irrisorie ed a completa discrezione, rendendo il ricorso alla giustizia ancora più insidioso e iniquo in quanto verrà meno ogni speranza di rientrare nelle spese anche di una causa giusta ed indispensabile, con premio supplementare per il litigante temerario. Comunque, il peggio verrà il 14 luglio, quando il sacrosanto sciopero contro questa parte del decreto Bersani andrà ( guardacaso ) a sovrapporsi all’altro dei penalisti per la difesa della riforma di centrodestra dell’ordinamento giudiziario. La precipitosa sciocchezza del governo su tariffe, pubblicità e cointeressenze degli avvocati riuscirà nel compito di guadagnare consensi alla separazione delle carriere dei magistrati, inesorabile anticamera del controllo politico del pubblico ministero, ed a rendere ulteriormente difficile la vita a quelli tra gli avvocati che hanno vissuto con disagio l’indubbia liason di questi anni con la CdL.
Per anni questa roba è stata contemporaneamente l'acquisto essenziale, l'album dei ricordi, il principale oggetto di scambio, l'iPod, il telefonino per gli sms. Tra la Philips "base" e le Maxell UDXL o TDK SA era, in poche centinaia di lire, la forbice tra povertà e benessere per il teenager degli anni '70, come e più dell'abissale distanza tra un Philips k7 ed un Nakamichi. Inoltre, il punto di partenza e l'arrivo dell'intera traiettoria musicale adolescenziale, da Canzonissima 1969 a Zappa.
Su Tapedeck.org, "analog audio tape cassette nostalgia".
E che dire poi del reclutamento degli agenti segreti italiani? Chi conosca la vita grama che menano i più valenti funzionari di polizia, carabinieri e guardia di finanza non si può nascondere l’importanza che nelle storiche e nelle recenti malefatte degli agenti segreti gioca il modo in cui essi vengono reclutati. I valenti funzionari di polizia non sono –per intenderci- quelli che si pavoneggiano a favore di telecamera in conferenze stampa illegali in cui -con coreografia di tipi tosti in passamontagna colombiano e/o bionde della polizia e del giornalismo- fanno voluttuosamente volare gli stracci di operazioni dai buffi nomi in inglese maccheronico. Non sono i cocchi del questore, quelli dal capello cotonato e l’enorme nodo di cravatta, non sono gli ascari dalla folgorante carriera, bensì quelli che fanno oneste indagini senza guardare in faccia nessuno e soprattutto senza passi indietro quando incappano in un potente, quelli che non vanno tremebondi dal questore e dal procuratore della repubblica quando emerge un nome eccellente. Questi
-c’è da esserne certi- non entreranno mai nei servizi segreti, laddove il reclutamento degli agenti avviene da sempre tra i leccaculo, destinati agli elevati stipendi ed alla comoda vita romana di quello che è da sempre il boudoir del potere politico. Ciò che accomuna le vecchie imprese golpiste e piduiste dei De Lorenzo e dei Santovito a quelle del Sismi degli affari Abu Omar e Sgrena è l’immarcescibile attitudine ad essere gli squillo del privilegio e del potere invece che il braccio riservato della difesa degli interessi dei cittadini. Ne consegue che di soppressione di tali servizi segreti non se ne parla neppure, piuttosto siamo tutti alla ricerca, tra i reggicoda del potere, degli amici ed i nemici, discernendo tra chi ci può tornare utile e chi deve tornare alle volanti, tra chi sbattere in galera e chi merita aumenti di stipendio e medaglie al valore, tra i felloni e gli eroi.
Lasciando il tribunale con 40 gradi all’ombra, dall’ascolto e dall’osservazione della gente si ha la sensazione che gli elettori non si accalcheranno per votare un importante referendum che potrebbe segnare un vero e proprio cambio di repubblica. Accendendo il televisore poco dopo, è evidente dove s’incentra piuttosto il fuoco del pubblico interesse: neanche i versanti più serii delle vicende sportive, deferimenti per mostruosi illeciti, corruttele e sequestri di persona, si guadagnano sincera attenzione.
Si auspica e si pratica solo tifo stordito e gossip rigorosamente fine a sé stesso, ad onta delle seriose professioni dell'altro ieri. Persino Dagospia ( le trascrizioni pubblicate dai giornali paiono dare l'audio ad intere annate di Cafonal ) appare ai più fastidiosamente engagèe, chè le intercettazioni vanno fruite come una bevanda fresca da dimenticare appena tracannata. L’interlocutore incline alla riflessione suscita immediati tedio e ripulsa.
Il viso austero della conduttrice del TG3 si distende in un sorriso di sollievo e simpatia quando la regia le comunica -perché ne dìa immediata notizia alla nazione trepidante- la scarcerazione del vecchio principe puttaniere, fascista e corrotto, ed è allora chiaro che l’intima conoscenza del suo vero spessore umano e morale gli ha avvicinato i cuori dei sudditi guardoni, dimentichi dei suoi insulti sprezzanti verso il popolino ma sedotti dalla mirabile mediocrità e da un impareggiabile squallore borghese che ne fa una delle immagini al momento più rappresentative. La prova è che il suo nuovo avvocato, la stessa del prescritto Andreotti, s’illumina d’immenso e di flashes come mai prima quando ( appresa con sprezzo del ridicolo la lezione del collega Taormina e delle miriadi di marchette forensi a Mi manda Raitre ) ne addita dignità e regalità all’ammirazione del volgo. Basterebbe un cenno del principe in favore del “si” per procurargli l'apporto decisivo e condurlo alla vittoria sulle ormai assurde ed anacronistiche pudicizie costituzionali e morali.


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